Più cresce, meno consuma. È il pollo!

Pietro Greppi – Ethical advisor - info@ad-just.it

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L’avicoltura ha risposto in modo adeguato e sostenibile alla crescente richiesta mondiale di alimenti proteici a basso costo e ridotto impatto ambientale come è la carne di pollo.

In altri articoli ho già fatto riferimento alla sostenibilità degli allevamenti avicoli solo con alcuni accenni e orientandomi sul fatto che le aziende del settore comunicano male o per nulla le loro buone pratiche. Ma sulla sostenibilità dei processi di allevamento non è mai troppa l’informazione che sarebbe opportuno fornire.

Siamo in un’epoca in cui la richiesta di rispettare le risorse del pianeta cresce in modo esponenziale e le persone, a partire dai giovani, pretendono giustamente di sapere, di agire e di stimolare comportamenti che consentano di proteggere il nostro pianeta dagli annunciati probabili disastri futuri.

La questione ahimè non è così semplice da mettere in pratica, soprattutto perché siamo tanti da mettere d’accordo … anzi siamo sempre di più; e mentre cerchiamo di trovare modelli di comportamento virtuosi, per adottarli e farli applicare anche dalle aziende, dobbiamo allo stesso tempo sostenere i nostri appetiti alimentari.

Uno dei settori che da più tempo studia come affrontare il futuro della crescente richiesta di alimenti è quello avicolo; il motivo è che polli e uova sono fra gli alimenti più adatti a rispondere all’esigenza universale, sempre più impellente, di avere accesso a cibo poco costoso, sano e nutriente.

Da quando – circa 60 anni fa – è iniziata l’impresa avicola su grande scala, l’attenzione del comparto si è concentrata sull’efficienza, la cosiddetta “resa”. Significa che fin da subito, per la tipica questione economica necessaria a ogni impresa, allevare un pollo doveva essere conveniente sia per l’allevatore che per il consumatore. Ogni allevamento deve essere contemporaneamente meno sprecone e più efficace nel far crescere sani i polli. Ed è proprio questa necessità di business, per farla breve, che ha obbligato gli stessi allevatori a operare nel rispetto del benessere animale e, facendolo, si è anche sviluppata una maniacale attenzione al dettaglio per rispettare le esigenze dell’animale. Più l’animale sta bene, più i consumatori sono garantiti, più l’allevatore guadagna: in barba a tutti coloro che pensano che gli allevamenti siano luoghi di martirio. Perché allevare un animale in modo sano, accudendolo e garantendogli “ogni comfort”, evitandogli stress e garantendogli acqua pulita e cibo sano, è l’unico modo per poter ricevere in cambio la possibilità di nutrire in sicurezza e con soddisfazione chi di pollo si nutre … che nel mondo sono alcuni miliardi di persone. Va tuttavia precisato che la filiera avicola è sostanzialmente divisa in due “sezioni”: la selezione e l’allevamento.

Chi si occupa della selezione in sostanza osserva i comportamenti degli animali per identificare gli individui più forti, sani e con i comportamenti naturalmente orientati a bere e a mangiare meno di altri, pur crescendo come gli altri.

Questi soggetti vengono destinati alla riproduzione e tramandano le loro caratteristiche agli eredi. La riproduzione consente quindi di disporre di una nuova generazione di animali che portano con sé queste caratteristiche naturali. Risulta evidente che la selezione è la generatrice principale delle potenzialità che rendono poi un allevamento più sostenibile proprio perché i suoi “abitanti” derivano da quella specifica selezione.

Chi si occupa dell’allevamento, invece, rappresenta il resto della filiera e provvede a far crescere gli animali prescelti rispettandone le caratteristiche naturali. Queste caratteristiche vengono cioè assecondate fornendo all’animale le condizioni ambientali migliori per la sua crescita naturale.

Ecco perché “il pollo più cresce meno consuma” …

Per chiarire: senza andare troppo indietro nel percorso della moderna avicoltura, solo negli ultimi 15 anni (dal 2003 al 2018), sia in Europa che in America, le attenzioni verso la cura dei polli, allevati nel rispetto del loro benessere, ha consentito al comparto di ridurre in modo notevole il proprio impatto ambientale. L’ho scoperto nelle mie ricerche di approfondimento su questi temi, trovando anche due recenti documentazioni interessanti provenienti da fonti diverse, ma sostanzialmente concordi, che raccontano bene la sostenibilità raggiunta dal settore e in che modo la produzione di pollo nel mondo abbia minimizzato il proprio impatto ambientale.

Grazie alla continua innovazione e garantendo la migliore salute possibile ai polli, l’avicoltura è stata in grado di ridurre significativamente l’uso di acqua, terreni agricoli, elettricità, gas serra e altre risorse preziose.

Oggi in particolare la produzione di pollame:

  • ha un impatto inferiore del 50% per produrre gli stessi numeri del 1965;
  • richiede il 75% di risorse in meno;
  • ha ridotto del 36% l’impatto sulle emissioni di gas a effetto serra;
  • ha ridotto del 72% i terreni agricoli utilizzati;
  • ha ridotto del 58% l’acqua utilizzata (operando sulla riduzione degli sprechi).

Il settore si dimostra quindi molto più attento alla sostenibilità di quanto sostengano le varie associazioni ambientaliste. Rispetto a qualsiasi altra industria di allevamento animale, la produzione avicola ha un’impronta ambientale effettivamente più ridotta e il settore sta continuando a sviluppare e far progredire le pratiche sostenibili per migliorarle continuamente.

Agricoltori, allevatori e professionisti del settore, pur facendolo da sempre e avendolo come priorità etica e operativa, si trovano purtroppo a dover spesso affrontare immotivate denunce da parte di manipolatori della verità.