Uno sguardo all’industria avicola mondiale del futuro

Luigi Montella - Medico veterinario

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Il mercato mondiale delle proteine animali subirà un mutamento nel prossimo decennio. Nonostante la carne avicola e le uova siano tra le proteine più apprezzate, infatti, esse dovranno scontrarsi con una graduale maggiore concorrenza rappresentata dal mercato delle proteine vegetali, destinato ad acquisire importanza.

Tra le relazioni presentate durante il XXII Congresso mondiale della World Veterinary Poultry Association, che si è svolto a Verona lo scorso autunno, quella di Nan-Dirk Mulder, Senior Global Specialist Animal Protein, Rabobank, dal titolo “Uno sguardo sull’industria avicola nel 2030: grandi cambiamenti, grandi decisioni” ha fornito uno sguardo approfondito sul mercato globale del comparto avicolo nel prossimo futuro.

Le sfide del mercato avicolo mondiale

Aumento della popolazione, disponibilità di risorse in calo e volatilità del mercato delle proteine sono tutti aspetti con i quali il comparto avicolo mondiale dovrà confrontarsi nei prossimi anni. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un’estrema volatilità del mercato delle proteine, a cominciare dal 2019, quando a causa della peste suina africana sono sparite le proteine suine dal mercato, passando per l’epidemia di Covid-19 e i numerosi focolai di Influenza Aviaria, che hanno scosso il mercato dal 2020 in poi, riducendo il commercio di proteine avicole, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina, che ha fortemente limitato la disponibilità di materie prime per la zootecnia. Il risultato di questi eventi è stato un costante aumento del prezzo di uova e carne, a differenza di quanto avveniva negli anni precedenti, e di un generale rallentamento dell’economia globale.

Secondo l’esperto della Rabobank la domanda è forte, ma molto legata al prezzo di vendita, soprattutto a causa di questi fattori: l’aumento del costo del mangime, che deriva alla carenza di materie prime; i maggiori costi della distribuzione e dell’energia, causati dall’aumento dei carburanti; la scarsa disponibilità di manodopera, anche a causa della pandemia; i maggiori costi nella costruzione di nuovi impianti e l’impatto negativo dell’Influenza Aviaria.

Cosa ci prospetta il futuro

Da qui al 2025 avremo verosimilmente bisogno di almeno il 40% di cibo in più per la popolazione mondiale, a fronte di una diminuzione della terra coltivabile: ciò richiederà un miglioramento sia dell’allevamento che delle coltivazioni, per aumentare le rese senza tralasciare la ricerca di una maggiore sostenibilità ambientale. La popolazione mondiale nel 2050 passerà dagli attuali 8 a 10 miliardi di individui, soprattutto grazie all’aumento demografico in Africa, e al contempo aumenterà anche la spinta verso l’urbanizzazione delle popolazioni.

Circa il consumo e la produzione di proteine avicole, secondo Nan-Dirk Mulder è possibile individuare una diversificazione tra i Paesi in base al reddito. In contesti poveri, con reddito fino a 5.000 $/anno, resta il mercato tradizionale del pollo; da 5.000 a 15.000 $/anno aumenteranno i consumi, anche grazie a una migliore distribuzione; da 15.000 a 40.000 $/anno si farà più attenzione alla sanità dell’alimento e al suo costo; oltre a tali aspetti, l’attenzione del consumatore sarà rivolta verso ulteriori temi, come il benessere animale, l’ambiente, le nuove tecnologie e le proteine alternative. I mercati che spingeranno maggiormente il consumo proteico saranno Asia (con un aumento del consumo proteico fino al 60%), il Sudamerica (20%) e l’Africa (15%): la carne avicola e le uova saranno al primo posto, superando le carni suine e bovine.

Previsioni sui consumi

Nel prossimo decennio possiamo aspettarci un aumento di consumo proteico globale del 16%, con aumenti, in particolare, della carne avicola (26%), delle uova (22%) e del pesce (12%). Per quanto riguarda le proteine alternative a quelle animali, è vero che la richiesta è in crescita, ma stiamo comunque parlando dell’1% sul totale, mentre nel frattempo negli Stati Uniti si comincia a notare un calo della richiesta. Da notare, inoltre, che la maggiore richiesta di proteine avviene soprattutto in Asia, dove la disponibilità di terreno è limitata. A livello globale, infatti, mentre dal 1961 al 2007 la disponibilità di ettari arabili è aumentata di 400 milioni, dal 2007 a oggi è aumentata solo di 100 milioni. Se calcoliamo, inoltre, la disponibilità dii terra per abitante, mentre Australia e Argentina ne hanno molta a disposizione, tutti i Paesi asiatici ne hanno pochissima. Grandi differenze si rilevano anche nella disponibilità di acqua per abitante: il Nordamerica, la Russia e l’Australia hanno grande disponibilità di acqua, a fronte della scarsità di questo bene prezioso in Africa e in Asia centro-meridionale.

In aggiunta, a competere con le risorse alimentari, c’è la produzione di biocarburanti, la cui richiesta (anche a seguito della guerra in Ucraina) è in aumento, e che utilizza le medesime materie prime: l’etanolo usa il 10-15% del mais mondiale, mentre il biodiesel ne usa il 20% (proveniente da soia, ravizzone, girasole, etc.).

Secondo l’esperto della Rabobank dobbiamo quindi auspicare un miglioramento della situazione geopolitica mondiale, per sperare in una maggiore sicurezza delle forniture alimentari. In futuro avremo produzioni avicole sempre più locali, ma fornite da materie prime a distribuzione globale. Sarà quindi necessario enfatizzare la modernizzazione delle produzioni, con maggiori investimenti strategici in agricoltura.

Nuovi sistemi di allevamento e coltivazione

Pollo e uova rappresenteranno le proteine animali con maggiore crescita globale, con scambi che andranno, prevalentemente, dal Nord e dal Sud America verso l’Asia e l’Africa. La produzione sarà sempre più concentrata in grandi aziende integrate e si dovrà migliorare la resa produttiva per ettaro per soia, mais e frumento, puntando, al contempo, a una sempre migliore conversione alimentare in allevamento.

L’agronomia verde cercherà di diminuire lo spreco alimentare, migliorerà le diete in modo più sano e sostenibile, ridurrà l’impronta ecologica e la deforestazione. Questo trend è rafforzato dalle disposizioni dell’Unione europea, dove si punta a un passaggio all’agricoltura organica almeno nel 25% del territorio, con la contemporanea diminuzione dell’uso di antibiotici e pesticidi del 50%, di fertilizzanti del 20%, nonché a un miglioramento del benessere animale.

Ad esempio, per migliorare il benessere degli avicoli l’EFSA consiglia una densità di 11 kg/m2, sistemi di allevamento più lenti (magari utilizzando razze a più lento accrescimento, superiore ai 50 giorni di vita) e anche la schiusa in allevamento.

Dal punto di vista delle innovazioni, stiamo già osservando una serie di possibili novità, come gli allevamenti cinesi realizzati in veri e propri grattacieli, sistemi di orticoltura in serra, che sono indipendenti dal terreno e dalla stagione; una crescente ricerca nelle proteine da carne cresciuta in laboratorio. Vedremo, verosimilmente, variazioni nel valore dato all’alimento, che dovrà avere minore impatto ambientale, maggiore sanità e benessere, ecc.

Per ciò che riguarda le emissioni di CO2, la produzione di uova e carne avicola risulta meno impattante della bovina, ovina, caprina e suina, e ciò le conferisce senza dubbio un ulteriore vantaggio. Infine, un apporto alla sostenibilità si traduce anche in migliore utilizzo di tutti i tagli carnei del pollo, ottimizzandone la vendita e l’utilizzazione.

Il messaggio finale della relazione di Nan-Dirk Mulder è che la società sta cambiando, spinta anche dai social media, a causa di diversi fattori, come la crescente attenzione al benessere, alla salute e all’ambiente; la produzione dovrà seguire questi cambiamenti, adottando un atteggiamento proattivo nel dibattito sociale, con un’attitudine il più possibile aperta, ottimizzando la catena del valore e modificando i prodotti offerti anche in base alle richieste dei consumatori.