LXII Convegno annuale SIPA, aggiornamenti sull’Influenza Aviaria

Luigi Montella, Medico veterinario

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A Rimini, durante le giornate di Fieravicola, si è svolto il LXII Convegno annuale della Società Italiana di Patologia Aviare, promosso in collaborazione con WPSA (Associazione Italia Avicoltura Scientifica) e ASIC (Associazione Scientifica Italiana di Coniglicoltura), durante il quale si è fatto il punto della situazione epidemiologica per l’Influenza Aviaria.

Il Convegno annuale della Società Italiana di Patologia Aviare si è aperto con i saluti di Mattia Cecchinato, Presidente SIPA, di Filippo Cerulli, Vice Presidente Assoavi, di Antonio Forlini, Presidente Unaitalia e del senatore Luca De Carlo, Presidente Commissione

Agricoltura del Senato, che si sono soffermati sul difficile momento che sta attualmente vivendo la filiera avicola, che non è vista di buon occhio dal consumatore, sempre più contrario all’allevamento industriale.

Durante la giornata si è parlato di “Aggiornamenti sulla situazione epidemiologica per l’Influenza Aviaria e considerazioni sull’applicazione della vaccinazione contro l’HPAI” con  Calogero Terregino del Laboratorio di Referenza Europeo/OIE/FAO e Centro di Referenza nazionale per linfluenza aviaria e la malattia di Newcastle IZS delle Venezie.

Negli ultimi anni la dimensione del fenomeno dell’Influenza Aviaria ha assunto rilievi senza precedenti, diffondendosi in tutto il mondo: solamente l’Oceania, infatti, è rimasta estranea al virus. Nell’ultimo anno sono stati duramente colpiti anche il Centro e il Sud America, tanto da trasformare il fenomeno in un vero e proprio rischio ecologico, considerato che tra le varie specie di selvatici sono state colpite anche quelle già a rischio estinzione.

Sono stati registrati circa 2500 focolai, con 40 milioni di volatili domestici affetti, e 3000 casi nei volatili selvatici negli anni 2021-2022. Praticamente tutta l’Europa è stata colpita.

Rispetto al passato c’è stato un cambiamento legato alla stagionalità: mentre in precedenza, infatti, i primi focolai, legati alle migrazioni dei selvatici, si manifestavano all’inizio dell’inverno, oggi il virus tende a persistere in modo cronico. Un altro dato di cui tenere conto è quello legato alla diffusione del virus anche in alcuni mammiferi (furetti visoni, ma anche gatti): dopo la pandemia, ovviamente i ricercatori sono preoccupati da un eventuale salto di specie all’uomo, anche se la diffusione massima della malattia si verifica, come sempre, nelle zona ad alta densità di allevamento.

Il virus attuale è il clade 2344b, derivato dal ceppo H5 cinese scoperto negli anni ’90. Mentre però una volta si attendeva la mutazione dalla forma a bassa patogenicità LPAI a quella ad alta HPAI, oggi invece il virus muta per riassortimento con altri ceppi di campo, data l’amplissima diffusione, rimanendo stabili solamente i geni emoagglutinina e agglutinina. Di particolare interesse in questo caso è il riassortimento del virus H13, solitamente presente nei gabbiani, con l’attuale H5N1, che in nord Europa ha fatto strage di selvatici e si è poi trasferito, per via migratoria, anche al nord Italia, dove sul Lago di Garda e poi in Emilia Romagna ha colpito i gabbiani. Fortunatamente si tratta di ceppi con caratteristiche non potenzialmente pericolose per l’uomo.

Come sempre, a livello di allevamento industriale, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le zone maggiormente colpite, con il tacchino che funge da specie predisposta. Nel 2022 i primi focolai sono apparsi già a settembre, anche nei rurali. Per questi motivi l’attenzione sulla produzione è altissima, vengono sempre eseguiti test routinari e pre-carico, anche se la lenta diffusione del virus (e questa è una nuova caratteristica) fa sì che esso possa sfuggire al monitoraggio. Le ulteriori analisi filogenetiche confermano il consueto passaggio dei ceppi virali dai selvatici ai commerciali.

Vaccinazione HPAI

Per quanto riguarda il vaccino, sono attualmente in prova diverse formulazioni, anche di nuova generazione. Nel tacchino rappresenta una difficoltà l’esigenza di eseguire più vaccinazioni nel corso del ciclo, poiché l’immunità deve arrivare fino a fine ciclo, per evitare episodi di malattia tardivi, mentre finora si è vista una risposta anticorpo di breve durata. Come prima dose si utilizza un vaccino ingegnerizzato sul noto HVT, seguito poi da un booster. Gli schemi in prova sono dunque: HVT (Vectormune) a 21 gg., seguito da vaccino a DNA o Sub unità sui 50 gg. Infine si prevede un’ultima somministrazione, nel tacchino, al momento del carico delle femmine, introno ai 100 gg.

Nei test di infezione sperimentale per provare il vaccino si è usato un ceppo patogeno in grado di dare mortalità in 48 ore; con la sola vaccinazione HVT la mortalità è calata del 50% e anche l’eliminazione (shedding) virale è molto diminuita. Con la seconda dose con vaccino DNA si è notato un ulteriore calo della mortalità, ma non della sintomatologia clinica (depressione e seni nasali gonfi), mentre i titoli Hi evidenziati non erano predittivi dell’esito clinico. Importante la diminuzione dell’eliminazione virale, dopo il booster, mentre non soddisfa ancora la protezione a lungo termine: infatti dopo poche settimane si passa dal 100% all’80% di soggetti protetti.

Migliori risultati si sono avuti con il vaccino ricombinante, sulla protezione a lungo termine, rispetto a quello DNA, ma le prove sono ancora in corso e le carenze rilevate potrebbero solamente dipendere dal lotto di vaccino usato.

Attualmente, dunque, la vaccinazione per l’influenza è valida nel pollo, mentre occorre ancora lavorare su quella del tacchino, sempre tenendo come prima dose HVT quale vettore.

Tutta la ricerca sulla vaccinazione per l’Influenza Aviaria, finora limitata dalle scelte normative, dipende oggigiorno dal fatto che la malattia ha assunto forme talmente devastanti e una talmente ampia, con endemizzazione nei selvatici, da richiedere un approccio diverso, che utilizzi ulteriori strumenti.

È importante sottolineare che, se ben usata, la vaccinazione del pollame non costituisce una minaccia per la salute pubblica; invece, se inefficace, potrebbe favorire una circolazione subdola del virus. Nel caso in cui occorra ricorrere a una vaccinazione di emergenza, bisognerà avere a disposizione una banca vaccinale, che metta a disposizione le dosi necessarie. Quindi limitare le forme cliniche e la diffusione virale diviene fondamentale, pur mantenendo un monitoraggio, per individuale i casi clinici e procedere all’eradicazione dei focolai. L’uso del test Elisa anti H5 potrebbe essere alternativo o complementare nell’ambito del contenimento e dell’eradicazione.

Tra i problemi che potrebbero insorgere, bisogna rilevare, a livello commerciale, la possibilità che altri Paesi non accettino di importare prodotti derivati da Paesi che invece vaccinano. Diventa pertanto molto importante sia la approvazione della OIE a tale pratica, sia la garanzia che, nel Paese in cui si vaccina, esista un sistema di sorveglianza che garantisce che comunque i soggetti siano positivi alla vaccinazione, senza però essere venuti in contatto con il virus patogeno.

Un altro timore è che nel tacchino vaccinato possa continuare ad albergare il virus, anche a causa della bassa immunità che si verifica nelle settimane successive alla vaccinazione, dandogli la possibilità di riassortirsi e favorire salti di specie. Nel caso si decidesse di vaccinare per l’Influenza Aviaria, comunque, resterebbero in atto i consueti provvedimenti di adozione di zone di sorveglianza e protezione, con abbattimento dei positivi e applicazione del nuovo regolamento comunitario, che comporta moltissimi campioni sia da soggetti vivi che morti.

Come per tutte le vaccinazioni, inoltre, potrebbe crearsi il rischio, per gli allevatori, di avere una falsa sicurezza dovuta alla protezione vaccinale, con conseguente minore attenzione alle misure di biosicurezza. Concludendo, per adesso la decisione di vaccinare dipende sia da una situazione di necessità, allorché le misure esistenti non bastano al contenimento della malattia, sia da un’attenta valutazione dei costi e dei benefici.