L’importanza di implementare le misure di biosicurezza

Yuko Sato, DVM, MS, DACPV, Iowa State University, Veterinary Diagnostic and Production Animal Medicine, Ames, IA. - Winter Philibert, Kevan Flaming, DVM, PhD, Iowa State University, Center for Food Security and Public Health, Ames, IA.

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©Benison Media

Le pratiche di biosicurezza nelle strutture avicole sono fondamentali per ridurre infezioni future. Per aiutare i produttori avicoli a migliorare i propri piani di biosicurezza, il dipartimento di agricoltura della USDA (U.S. Department of Agriculture) e della APHIS (Animal and Plant Health Inspection Service), tramite il piano nazionale di miglioramento avicolo NPIP (Nation Poultry Improvement Plant), ha lavorato insieme a nazioni, università, ed esperti del settore per sviluppare un’ulteriore sezione all’esistente NPIP. Questa consterà in 14 principi di biosicurezza, in aggiunta a quelli degli standard della NPIP 2016 nel corso della consueta conferenza biennale. L’indennità data ai produttori dipenderà quindi dal loro seguire i principi di biosicurezza e dal superamento dei controlli ufficiali dei singoli stati.

In che modo tutto ciò ha a che fare con la biosicurezza?

Durante e successivamente l’estate 2015, l’industria avicola insieme alla USDA hanno sviluppato delle misure di biosicurezza autoimposte, ben utilizzate tramite una checklist. L’autovalutazione veniva poi usata per aiutare i produttori a sviluppare e migliorare piani specifici di biosicurezza. Poiché la biosicurezza, per essere efficace, richiede una vigilanza, devono essere predisposti piani e sistemi per verificare che tali procedure siano effettivamente seguite. Molte aziende e produttori hanno lavorato duramente dall’inizio della epidemia per sviluppare e migliorare pratiche di biosicurezza nei propri allevamenti. Quindi, a che punto siamo?

La biosicurezza può essere approcciata in due modi. Il primo è strutturale, riguarda la pianificazione fisica, la costruzione e la manutenzione di una struttura. Il secondo è la biosicurezza opzionale, o culturale, che include invece standard operativi (SOP) e il conseguente attenersi a essi, in modo da diminuire il rischio di ingresso del virus nel capannone. Nel tempo, gli allevatori dovranno considerare sia le biosicurezze strutturali che quelle operative, per ridurre il rischio di HPAI e altri patogeni. Questa indagine, portata avanti dallo stato dell’Iowa, è stata distribuita a livello nazionale in modo da appurare lo stato delle attuali pratiche di biosicurezza. Gli autori hanno cercato di identificare i passaggi attuati da quando è avvenuta l’epidemia, sia a livello strutturale che operativo. Ciò ha anche fornito agli allevatori l’opportunità di rivedere le pratiche in atto. La maggior parte delle domande prevedeva risposte categoriche:

  • sì, esisteva prima dell’epidemia (2014-2015 HPAI);
  • sì, in atto;
  • no, in progresso;
  • no, non in atto.

Le risposte sono state esaminate in un periodo di circa 2 settimane. I risultati riflettono solo le risposte fino all’8 marzo 2017. Da 34 stati sono state ricevute 172 risposte, con gli stati del Midwest che rappresentano l’87% delle risposte. Le risposte sono state date principalmente da allevatori di ovaiole (45,6%), di tacchini (39,4%), di pollastre (21,9%) e di polli (10%). La maggior parte delle risposte (vedi Immagine 1) erano da responsabili aziendali (26,4%), seguiti da direttori di produzione del vivo (22,6%) e poi da proprietari o presidenti (15,7%), infine da servizi tecnici/sul campo (7,5%), veterinari (7%) e responsabili di produzione (6,9%).

I responsabili della biosicurezza sono presenti nell’88% degli allevamenti e ciò costituisce un notevole miglioramento, rispetto al 28,5% precedente alla epidemia. Da notare che tali figure sono solitamente con una responsabilità aggiuntiva, rispetto al ruolo consueto (85,8%), pochi sono ruoli di nuova creazione (9%) o addirittura nuove specifiche assunzioni (5,2%).

I responsabili di biosicurezza devono rivedere il piano aziendale almeno una volta l’anno. La revisione avviene a frequenze variabili: una volta all’anno (38,6%), due (22,8%) tre (3,8%) quattro o più volte (32,3%). Il rispetto della biosicurezza da parte degli impiegati viene controllato tramite annotazioni, come segue: evidenza di formazione (54,2%), esami di verifica (47,1%), evidenza di presenza firmata (52,9%). Metodi più diretti, come le telecamere di sicurezza, guanti impolverati o monitoraggio visivo, sono usati con minore frequenza.

I piani di biosicurezza hanno procedure per persone di ogni tipo in allevamento (allevatori, personale esterno, visitatori), in oltre l’80% delle sedi degli intervistati. L’ingresso nel perimetro aziendale viene accolto in un’area tampone e registrato sul registrato dei visitatori (90,3%), oppure con documentazione aziendale (37,3%), dichiarazioni firmate (26,9), o altre forme di modulistiche 29,9%). Le misure di controllo dei volatili selvatici, ratti e insetti sono in atto nell’82% degli allevamenti, con il 100% di questi che ha un piano di derattizzazione.

Il vestiario viene condiviso in circa 1/3 dei capannoni e le procedure di pulizia e disinfezione del vestiario sono disponibili nel 96,1% degli allevamenti degli intervistati, con un miglioramento rispetto al 70,6% precedente l’epidemia. Secondo il piano di biosicurezza aziendale, la mortalità viene raccolta quotidianamente (93,6%) e messa nel sito apposito (64,7%). In genere il 57,1% degli allevamenti ha piani di emergenza per eventi inaspettati ad alto rischio di mortalità. La lettiera ed i reflui vengono gestiti dallo staff interno nel 63,7% dei casi. Pozzi profondi forniscono acqua di bevanda e raffreddamento nell’85,3% degli allevamenti. Il piano di biosicurezza è controllato nel 67,3% dei casi, rispetto al solo 28,8% precedente l’epidemia.

Si sono discussi investimenti sia maggiori che minori, tra cui, quelli strutturali includevano: ingressi con cancello (58,7%) stazioni lavaggio stivali (90,2%), stazioni per disinfettare le mani (73,9), linee di separazione (47,7%), doccia (42,1%) e dogana danese (55,6%).

È evidente che la biosicurezza, sia operativa che strutturale, è migliorata notevolmente negli allevamenti. La maggioranza pare preparata per attuare le misure previste dall’NPIP nel corso degli controlli. Questa sorveglianza è stata fatta per valutare lo stato di biosicurezza dell’industria avicola. Un miglioramento della sorveglianza potrebbe consistere in un adattamento alle singole realtà aziendali, in modo da fornire uno strumento che indichi l’adeguamento alle regole stabilite, grazie a un’analisi di terza parte (Iowa University), se necessario.

Dagli Atti del Midwest Poultry Federation Convention