Malattie batteriche del pollame nell’era post-antibiotica

Luca Bano - Laboratorio di Microbiologia e Diagnostica Veterinaria, Sezione di Treviso, IZS delle Venezie

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Molti Paesi per contenere il fenomeno dellantimicrobicoresistenza hanno adottato una strategia ‘One Health’ che, invece di sviluppare molecole antimicrobiche sempre più potenti, mira a preservare lefficacia degli antibiotici già disponibili.

Le prime molecole ad azione antimicrobica furono scoperte all’inizio del secolo scorso e contribuirono a un cambio epocale nella lotta contro le malattie batteriche. Dopo alcuni anni, la comparsa di ceppi batterici resistenti a tali molecole diede avvio alla ricerca e allo sviluppo di nuove classi di antimicrobici che, nuovamente, persero la loro efficacia nel tempo nei confronti di alcune popolazioni microbiche resistenti che soppiantarono le precedenti. Risultò evidente che, all’interno delle popolazioni batteriche, comparissero degli individui naturalmente resistenti a una qualche molecola antimicrobica e che questi venissero selezionati in seguito all’esposizione a tale molecola antibiotica.

Questa lotta tra nuove classi antimicrobiche e microrganismi antibioticoresistenti si è protratta sino alla fine del secolo scorso, dando avvio a una nuova fase storica di assenza di scoperte di nuove famiglie di antimicrobici che prende il nome di “era post-antibiotica”.

In questa nuova fase storica, per contenere il fenomeno dell’antimicrobicoresistenza (AMR), molti Paesi hanno adottato una strategia One Health che non prevede più lo sviluppo di molecole antimicrobiche sempre più potenti, ma l’adozione di azioni in medicina umana, veterinaria e in ambito ambientale che mirano a preservare l’efficacia degli antibiotici già disponibili.

In medicina veterinaria queste azioni vengono declinate attraverso i principi dell’uso razionale dell’antibiotico (“prudent use”), che ha favorito significativamente la riduzione del consumo di antimicrobici negli animali allevati per la produzione di alimenti. Questo trend è particolarmente evidente in Europa, dove la vendita di antibiotici raccolta in 25 Paesi dal 2011 al 2021 ha registrato un calo del 46,5% (da 161,2 mg/PCU a 86,2 mg/PCU) (ESVAC, 2022). Questa tendenza è stata osservata anche negli USA, dove le vendite di antibiotici utilizzati in zootecnia e considerati importanti per il trattamento di infezioni nell’uomo ha subito una riduzione del 33% dal 2012 al 2021. Sempre negli USA, nel comparto avicolo, tale riduzione è stata del 69% nel pollo da carne e del 13% nel tacchino (FDA, 2022), spinta da un aumento della domanda di carni di polli allevati senza uso di antibiotici, passato dal 3% del 2014 al 52% del 2020 (Rennier associates Inc., 2020).

In Italia, dove il quantitativo di antimicrobico prescritto negli allevamenti avicoli è disponibile da prima dell’introduzione della ricetta elettronica veterinaria (REV), si è assistito a una diminuzione del 96% di questo valore che è passato da 20,09 DDDvet del 2015 a valori inferiori allo 0,01 DDDvet nel 2022. Nel tacchino la riduzione è stata del 92% nello stesso periodo passando da 31,12 a 2,57 DDDvet. La riduzione della prescrizione di antimicrobici nell’allevamento ha dato dei risultati importanti sui profili di resistenza di ceppi ritenuti indicatori (Escherichia coli) del fenomeno dell’AMR monitorati a livello nazionale. Infatti, la percentuale di ceppi di E. coli isolati da polli e tacchini da carne resistenti ad ampicillina, ciprofloxacina e tetraciclina è calata in modo significativo e, per il pollo da carne, anche la percentuale di ceppi resistenti al cefotaxime (EFSA e ECDC, 2023).

Questi risultati dimostrano come le politiche che promuovono un uso razionale dell’antimicrobico portano a dei risultati concreti nella lotta all’AMR, anche se esistono grandi differenze nell’applicazione di queste misure nel mondo. Infatti, nonostante molti Paesi abbiano intrapreso questa strada, il consumo globale di antimicrobici negli animali produttori di alimenti per l’uomo, stimato in 99.502 tonnellate nel 2020, sembra destinato ad aumentare dell’8% nel 2030, raggiungendo le 107.472 tonnellate (Mulchandani et al., 2023). La maggior parte delle aree geografiche nelle quali risulta particolarmente elevato l’uso di antimicrobici (AMU) è localizzata in Asia. Sebbene Africa, Oceania e Sud America siano le aree geografiche con il più basso utilizzo di antimicrobici negli animali da reddito, nel 2030 ci si aspetta il maggiore incremento percentuale di questo valore stimato rispettivamente del 25%, 16% e 14%. Sfortunatamente, sei dei maggiori Paesi produttori mondiali di carne (Brasile, Russia, Messico, Argentina, India, Vietnam) non rendono pubblici i dati di consumo di antimicrobici e, tra questi, il Brasile è il maggiore esportatore di prodotti avicoli nel mondo (FAOSTAT, 2021).

In questo scenario, oltre alle politiche intraprese dai governi di ciascun Paese, può contribuire a diminuire l’uso degli antimicrobici in avicoltura l’incremento della domanda di carni antibiotic-free da parte del consumatore. Infatti, la produzione di carne di pollo “antibiotic-free” o “no-antibiotic ever” rappresenta una larga fetta del mercato in alcuni Paesi, ma queste produzioni sono difficilmente realizzabili nelle specie avicole a lunga vita come anatre, oche, faraone, tacchini e quaglie, per le quali non vi è una standardizzazione come nel pollo in termini di genetica, sistemi di stabulazione, età di macellazione e alimentazione e che, in virtù di un ciclo produttivo più lungo, hanno una probabilità maggiore di essere esposte alle malattie e, di conseguenza, di ricevere un trattamento antibiotico.

Secondo le raccomandazioni della FAO, le tre aree principali cui prestare attenzione per prevenire l’insorgenza delle malattie riguardano (i) l’adozione di corrette pratiche di allevamento, (ii) la biosicurezza e (iii) la profilassi vaccinale (Magnusson et al., 2019).

In avicoltura, le corrette condizioni di allevamento comprendono il sistema “tutto pieno/tutto vuoto”, evitare il sovraffollamento degli ambienti d’allevamento, fornire il corretto numero di ore di luce e buio, assicurare una buona qualità dell’aria attraverso un sistema di ventilazione adeguato, garantire le temperature corrette in base all’età degli animali e curare l’alimentazione in termini quali-quantitativi.

Per biosicurezza s’intende l’insieme delle misure e dei comportamenti messi in atto per prevenire l’introduzione e la diffusione di agenti patogeni in allevamento.

Per quanto riguarda la vaccinazione, sebbene esistano presidi immunizzanti che si sono dimostrati efficaci nella prevenzione di numerose malattie virali, pochi vaccini sono registrati per le malattie batteriche e la loro efficacia è ostacolata dall’elevata variabilità antigenica dei ceppi circolanti.

La prima azione che ciascun Paese dovrebbe intraprendere “nell’era post-antibiotica” è il bando dei growth promoter con proprietà antimicrobiche. Questa misura è stata adottata in molti Paesi negli ultimi decenni, con alcune distinzioni per quanto riguarda le specie animali e le molecole d’interesse (Rahman et al., 2022).

Le altre strategie che concorrono a una riduzione o sostituzione degli antimicrobici nell’avicoltura mondiale sono:

  • l’eradicazione di alcuni patogeni a trasmissione verticale, nei gruppi parentali (es. pullurosi, micoplasmosi, salmonellosi);
  • la vaccinazione verso alcune malattie batteriche (es. colibacillosi, enterite necrotica, micoplasmosi, colera aviare, riemerellosi, salmonellosi, tifosi aviare) o verso malattie virali predisponenti le malattie batteriche (anemia infettiva del pollo, bursite infettiva, malattia di Marek, bronchite infettiva, infezione da pneumovirus, enterite emorragica del tacchino);
  • aumentare la qualità del pulcino (“chick quality”) in incubatoio e nei primi 10 giorni di vita per prevenire malattie quali l’onfalite batterica e la sindrome da stentato accrescimento (runting and stunting syndrome);
  • innalzare la salute intestinale per prevenire alcune malattie quali l’enterite necrotica, la disbatteriosi, e le infezioni scheletriche da Enterococcus cecorum.

Sempre più spesso l’industria sta studiando e immettendo nel commercio prodotti da utilizzare in fase di prevenzione di alcune patologie e che sembrerebbero favorire le prestazioni zootecniche. Questi prodotti sono fitochimici, acidificanti, enzimi, probiotici, prebiotici e batteriofagi. Tutti questi prodotti hanno dei pregi e dei difetti e i vantaggi appaiono legati alla singola realtà allevatoriale e non possono essere generalizzati.

Le azioni descritte per ridurre l’impiego degli antimicrobici dovrebbero essere adottate primariamente nei gruppi di soggetti gran-parentali che sono al vertice della piramide produttiva, dai quali i batteri antimicrobicoresistenti possono trasferirsi alla progenie, come già dimostrato in alcuni studi (Nilsson et al., 2014). Per tale ragione, l’impiego degli antimicrobici nei gruppi di riproduttori, spesso non considerati “produttori di alimento”, dovrebbe essere per quanto possibile evitato o limitato e, in questa categoria, dovrebbe essere avviato un piano di monitoraggio del fenomeno dell’AMR.

Le misure sopra elencate sono il presupposto per impedire che insorgano malattie batteriche nel pollame o per favorire l’efficacia delle terapie antibiotiche. Qualora queste dovessero comunque comparire, il trattamento con antimicrobici dovrebbe basarsi sui principi che caratterizzano l’uso razionale dell’antimicrobico e su comportamenti codificati (stewardship) che molte istituzioni pubbliche e private hanno sviluppato nel mondo. Lo scopo dell’uso razionale dell’antimicrobico è quello di combinare l’esigenza terapeutica con quella “etica” di preservare l’efficacia di antibiotici considerati critici per il trattamento di alcune patologie importanti per l’uomo, secondo quanto definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli antimicrobici critici per l’uomo che rivestono la più alta importanza in medicina umana e che si utilizzano anche in medicina veterinaria, appartengono alle classi delle cefalosporine (3a, 4a generazione), polimixine (colistina), macrolidi e chinoloni (WHO, 2019). L’impiego di queste molecole dovrebbe essere evitato o, eventualmente, adottato solo dopo una chiara diagnosi della malattia e l’esecuzione di un test di antimicrobico-sensibilità (AST) che abbia dimostrato che i principi attivi di prima scelta (cioè “meno critici” per l’uomo), non risultano efficaci nei confronti dell’isolato batterico responsabile della patologia. Questo processo attribuisce importanti responsabilità al laboratorio diagnostico veterinario, che deve fornire risultati attendibili, in particolare per quanto riguarda il test di antimicrobicosensibilità. A tale riguardo, il problema maggiore è legato alla mancanza di criteri interpretativi dei risultati dell’AST che siano “predittivi” dell’efficacia della terapia in campo (break-point clinici). Infatti i laboratori di riferimento internazionale per l’esecuzione di questi test hanno definito un solo break point clinico per il pollo che riguarda l’enrofloxacina nei confronti di infezioni da E. coli, per le quali non esiste più neanche un prodotto registrato in Italia (CLSI, 2023).

L’IZS delle Venezie ha da anni reso pubblici, nel proprio sito, i dati di antibiotico-sensibilità dei principali patogeni di ciascuna specie animale, scaturiti dall’attività dei propri laboratori diagnostici, (https://www.izsvenezie.it/temi/altri-temi/antibiotico-resistenza-sensibilita/report-pubblico/). Questi dati sono un supporto utile per il veterinario che deve intraprendere una terapia immediata con antimicrobici considerati di prima scelta, in attesa dei dati diagnostici e dell’AST del laboratorio che, qualora non si risolvesse la problematica, potrebbero risultare particolarmente preziosi.

In conclusione, il settore avicolo ha contribuito e sta contribuendo in molti Paesi a combattere il problema dell’AMR in ottica One Health, ma queste azioni dovrebbero essere armonizzate a livello mondiale. È ormai chiaro che nessuna “buona pratica di allevamento” presa singolarmente è in grado di azzerare l’impiego di antimicrobici in allevamento e che la formazione e l’informazione sul problema dell’AMR, impartita a vari livelli, è il primo passo per il processo di riduzione che molti Paesi devono ancora intraprendere.

Per sostenere ulteriormente tale processo, il mondo della ricerca può contribuire sviluppando vaccini efficaci per la prevenzione delle malattie batteriche, strumenti diagnostici da adottare “on-farm”, regolatori del microbioma intestinale e fornendo strumenti utili a una zootecnia “di precisione”.

L’eliminazione definitiva degli antimicrobici in tutte le produzioni avicole è probabilmente una condizione non realizzabile, ma ciascuno (istituzioni, allevatori, veterinari, ricercatori, aziende genetiche e farmaceutiche, alimentaristi) può contribuire efficacemente affinché gli antibiotici, che sono una fonte esauribile non rinnovabile, preservino la loro efficacia anche nel corso dell’era post-antibiotica.