
Due articoli precedenti hanno esaminato il ruolo significativo dei Paesi del G19[1] nella produzione e nelle esportazioni mondiali di carne (Windhorst, 2026, 2026a). Essi hanno rappresentato circa il 70% del volume di produzione dei quattro tipi di carne[2] più importanti e il 55% delle esportazioni mondiali di carne. Un articolo successivo indagherà se è esistito un analogo predominio di pochi Paesi nel commercio relativo ai tipi di carne qui esaminati. I risultati hanno mostrato che le esportazioni sono aumentate più rapidamente della produzione, indicando una domanda crescente di carne. Inoltre, si è osservato che la concentrazione delle esportazioni verso soltanto due Paesi era molto elevata per la carne avicola, e verso un solo Paese per la carne ovina e caprina, mentre per suino e bovino quattro Paesi hanno rappresentato oltre l’80% del volume di esportazioni.
Le importazioni sono cresciute più rapidamente della produzione
Un confronto tra l’evoluzione a lungo termine della produzione mondiale di carne e delle importazioni di carne mostra che il volume degli scambi è aumentato in misura più marcata rispetto al volume della produzione. Tra il 2010 e il 2024 la produzione globale è aumentata del 28,4%, mentre le importazioni di carne sono cresciute del 45,2%. L’andamento è stato simile nel gruppo G19: qui la produzione è aumentata del 34,3%, ma le importazioni solo del 42,5%, rimanendo al di sotto della media globale. Questo ha avuto ripercussioni sulla quota del G19 nella produzione e nelle importazioni mondiali. La quota del G19 nella produzione è passata dal 72,3% al 75,7% nel periodo esaminato, mentre la quota nelle importazioni è cresciuta soltanto dal 51,4% al 52,7%. La Figura 1 mostra che le importazioni di carne sono aumentate in particolare tra il 2000 e il 2005 e poi nuovamente dopo il 2010, soprattutto per la carne avicola.

Elaborazione grafica: A. S. Kauer, basata sui dati FAO.
Un’analisi comparativa dello sviluppo, distinta per tipo di carne e a partire dal 2010, risulta particolarmente interessante (Tabella 1). A livello globale la carne avicola ha registrato l’aumento assoluto più elevato sia nella produzione sia nelle importazioni; tuttavia, l’aumento relativo è risultato più marcato per le esportazioni di carne bovina, ovina e caprina. In questo caso, però, è necessario tenere conto dei valori iniziali notevolmente più bassi. Questo schema si ripete anche nel gruppo G19. Anche qui il volume di produzione di carne avicola è aumentato molto più rapidamente rispetto agli altri tre tipi di carne. A prima vista sorprende il forte volume di importazione di carne suina. Il crollo della produzione suina in Cina, conseguente alle massicce epidemie di peste suina africana e ai problemi di approvvigionamento che ne sono derivati, ha portato a un forte aumento delle importazioni di altri tipi di carne per diversi anni. La carenza di suini in altri Paesi asiatici, ugualmente colpiti dalla malattia, ha avuto un effetto analogo sul commercio della carne bovina e spiega le alte variazioni percentuali e assolute rilevate.

Fonte: elaborazione propria basata sui dati FAO.
È degno di nota che, nonostante l’elevata crescita assoluta della produzione di carne avicola nei Paesi del G19, che ha rappresentato quasi il 94% dell’incremento globale, l’aumento relativo delle importazioni è stato più o meno in linea con la media mondiale. Va considerato che in alcuni Paesi del G19 in Asia, in Europa e in Messico la domanda è aumentata in modo significativo e la produzione è risultata insufficiente a soddisfare il fabbisogno interno, rendendo necessario l’aumento delle importazioni (vedi anche Tabella 2).

G19 (2024)
Fonte: elaborazione propria basata sui dati FAO.
Differenze significative tra esportazioni e importazioni Paese per Paese
Un confronto tra i Paesi per quanto riguarda le esportazioni e le importazioni di carne mostra analogie, ma anche differenze rilevanti a seconda del tipo di carne. Per la carne avicola, la concentrazione regionale delle importazioni è risultata notevolmente più bassa rispetto a quella delle esportazioni. Mentre Brasile e Stati Uniti hanno rappresentato oltre due terzi del volume esportato, le importazioni risultano più distribuite. I cinque principali Paesi importatori hanno assorbito il 65,8% del volume complessivo di importazioni (Tabella 2).
Un’analisi dettagliata dell’evoluzione nei quattro principali Paesi importatori (Figura 2) mostra una correlazione sorprendentemente marcata nell’incremento assoluto dei loro volumi di importazione tra il 2010 e il 2024, con valori compresi tra 425.000 tonnellate e quasi 500.000 tonnellate. I tassi di crescita relativa, tuttavia, sono risultati molto diversi: l’aumento del Giappone è stato del 44,0%, mentre quello della Cina ha raggiunto l’85,5%.

Elaborazione grafica: A. S. Kauer, basata sui
dati FAO.
Il grafico relativo alla Cina nella Figura 2 mostra che le epidemie di peste suina africana in Cina hanno innescato un raddoppio delle importazioni a partire dal 2019, ma che queste importazioni sono calate significativamente non appena la malattia è stata contenuta. Le importazioni della Germania sono attribuibili al progressivo aumento del consumo pro capite di pollo, che ha fatto scendere il tasso di autosufficienza sotto il 100%. Anche la marcata carenza di carne di anatra e oca ha contribuito alla crescita delle importazioni.
Lo stesso schema si ripete per la carne suina. Anche in questo caso la concentrazione delle importazioni in soli pochi Paesi è risultata circa il 25% inferiore rispetto a quella delle esportazioni, attestandosi al 64,9%.
Un esame più approfondito dei trend di importazione dei quattro principali Paesi rivela differenze significative, come mostrato nei rispettivi grafici della Figura 2. Mentre le importazioni dell’Italia sono rimaste molto stabili nel periodo considerato, aumentando solo dell’8,5%, quelle del Messico sono cresciute di 930.000 tonnellate, pari al 163%. La Cina ha mostrato fluttuazioni particolarmente ampie: le importazioni si sono più o meno quadruplicate tra il 2010 e il 2024. Dopo un aumento relativamente costante fino al 2018, si è verificato un brusco balzo tra il 2019 e il 2021. Il picco è stato raggiunto nel 2020, con oltre 4,5 milioni di tonnellate, pari a un incremento relativo del 1.800% rispetto al 2010. Con il successo nel controllo della peste suina africana, le importazioni sono diminuite di 3,4 milioni di tonnellate, ossia del 76%, dal 2021. Questa dinamica insolita ha avuto conseguenze di vasta portata sul commercio mondiale di carne suina. I rapidi aumenti delle esportazioni verso la Cina da parte di alcuni Paesi, come la Spagna, sono stati compensati da altrettanto rapide diminuzioni, causando problemi economici.
Nel settore bovino, anche la concentrazione regionale delle importazioni è risultata inferiore del 13% rispetto a quella delle esportazioni. Tuttavia, sono emerse differenze significative nella distribuzione geografica. Quattro Paesi del continente americano, insieme all’Australia, dominano i mercati di esportazione, mentre tre Paesi asiatici guidano la classifica delle importazioni, con la Cina nettamente al primo posto per le ragioni già menzionate. Sorprendentemente, gli Stati Uniti, nonostante l’elevata produzione interna e l’entità delle proprie esportazioni, si collocano al secondo posto tra i Paesi importatori.
Le dinamiche insolite di questo mercato si riflettono nell’andamento delle importazioni dei quattro principali Paesi. Mentre il volume delle importazioni del Giappone è cambiato solo marginalmente, con un aumento di 76.500 tonnellate, pari al 10,8%, in Cina è cresciuto di 3,6 milioni di tonnellate, ossia del 9.15%, e negli Stati Uniti di 1,1 milioni di tonnellate, pari al 109%. Particolarmente interessanti sono le dinamiche osservate in Cina: le importazioni sono aumentate lentamente fino al 2017, per poi accelerare sensibilmente, raggiungendo un picco provvisorio di 3,6 milioni di tonnellate nel 2024.
Oltre ai problemi di approvvigionamento legati al crollo della produzione suina, che ha reso necessarie importazioni compensative di altre carni, un importante fattore propulsivo è stato l’aumento dei consumi di carne bovina da parte delle fasce di popolazione a reddito più elevato, per le quali essa rappresenta un indicatore di benessere e un simbolo dello status.
Anche il commercio di carne ovina e caprina ha mostrato uno squilibrio notevole tra esportazioni e importazioni. In questo caso, l’Australia, principale esportatore, si contrappone alla Cina, a due Paesi europei e agli Stati Uniti come principali importatori. È interessante notare che Regno Unito e Francia risultavano presenti in entrambi i gruppi di vertice.
Osservando l’andamento complessivo delle quattro tipologie di carne, diventa evidente che Cina, Giappone e Messico erano i Paesi importatori più rilevanti all’interno del gruppo G19. Gli Stati Uniti rappresentavano una destinazione importante solo per la carne bovina. Diversi Paesi europei importavano quantità maggiori di carne avicola e suina; tuttavia, il commercio all’interno dell’UE (27) era più rilevante del commercio con gli altri Paesi del G19. Un’analisi dettagliata dei flussi commerciali lo dovrebbe documentare.
Conclusione: minore concentrazione nelle importazioni rispetto alle esportazioni
L’analisi precedente del ruolo dei Paesi del G19 nelle importazioni mondiali di carne si è concentrata sul verificare se i Paesi dominanti nelle esportazioni rivestissero anche un ruolo di primo piano nelle importazioni. È emerso che, complessivamente, il grado di concentrazione nelle importazioni era inferiore rispetto alle esportazioni e che la composizione dei principali Paesi importatori differiva notevolmente da quella dei Paesi esportatori.
La Figura 3 mostra la quota dei dieci principali Paesi importatori sul totale delle importazioni del gruppo per ciascuno dei quattro tipi di carne. Per la carne avicola e suina non si riscontrava un’elevata concentrazione in pochi Paesi; al contrario, per carne bovina, ovina e caprina la concentrazione risultava significativamente più alta, a causa delle ampie quote detenute da Cina e Stati Uniti.

Elaborazione: A. S. Kauer su dati FAO.
In conclusione, si può osservare che i Paesi del G19 dominavano la produzione e le esportazioni di carne. Per quanto riguarda le importazioni, è risultato evidente che, oltre al commercio tra i Paesi membri, le vendite verso Paesi esterni al gruppo hanno rivestito grande importanza per i Paesi con un surplus produttivo.
Riferimenti bibliografici
Food and Agriculture Organization of the United Nations. (n.d.). FAOSTAT. https://www.fao.org/faostat
Windhorst, H.-W. (2026). The role of the G20 countries in global meat production and trade. Part 1: Production. Zootecnica Poultry magazine, (4).
Windhorst, H.-W. (2026). The role of the G20 countries in global meat production and trade. Part 2: Global meat exports. Zootecnica Poultry magazine, (5).
Note
1 Nell’analisi sono considerati solo i 19 Stati membri, non l’UE (27) né l’Unione africana.
2 Carne avicola, suina, bovina, carne ovina e caprina.
Vedi anche:
Il ruolo del G20 nella produzione e nel commercio mondiale di carne. Parte 1: la produzione di carne





