
Al seminario di Confagricoltura Padova, con la relazione di Calogero Terregino (IZSVe), il punto sul piano pilota avviato a maggio, sui costi per la filiera, sulle implicazioni per l’export e sulla disinformazione legata ai vaccini.
La vaccinazione contro l’influenza aviaria è ormai considerata necessaria, ma come strumento che si aggiunge alla biosicurezza senza sostituirla. È la linea emersa dal seminario «Aviaria, vaccini e futuro dell’avicoltura», organizzato da Confagricoltura Padova il 15 ottobre, a poco più di cinque mesi dall’avvio del piano pilota nel Veronese e nel Mantovano. Accanto ai costi e agli effetti sull’export, il tema su cui si è insistito di più è l’informazione ai consumatori.
I lavori sono stati aperti da Alessandra Da Porto, presidente di Confagricoltura Padova, ed Emanuele Peruffo, presidente della Sezione di prodotto allevamenti avicoli. La relazione è stata affidata a Calogero Terregino, direttore della Struttura complessa SCS6 e del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe).
Un rischio ormai strutturale
Terregino ha descritto l’influenza aviaria come una sfida ormai strutturale. Dal 2020 i virus ad alta patogenicità A(H5Nx) circolano in modo costante negli uccelli selvatici in Europa e in altri continenti, e secondo le previsioni la situazione proseguirà nei prossimi anni. L’Italia, attraversata da importanti rotte migratorie, è particolarmente esposta.
Durante l’incontro è stata richiamata anche l’attenzione sulla presenza crescente di alcune specie selvatiche, tra cui l’ibis sacro africano e l’airone guardabuoi, nelle aree a forte vocazione avicola. L’ampliamento delle specie coinvolte nella circolazione dei virus influenzali aviari rende più complessa la sorveglianza epidemiologica.
Uno dei casi più recenti di infezione nei mammiferi riguarda i Paesi Bassi, dove all’inizio del 2026, sono stati rilevati anticorpi contro H5N1 in diversi bovini di un allevamento da latte della Frisia. I controlli non hanno rilevato la presenza del virus nei campioni analizzati.
È stato inoltre ricordato che non vi sono evidenze di trasmissione dell’influenza aviaria attraverso il consumo di carni avicole e uova correttamente preparate e cotte. I casi umani restano rari e sono generalmente associati all’esposizione ad animali infetti o ad ambienti contaminati.
Perché affiancare la vaccinazione
Dal dibattito è emerso che le misure di contenimento ordinarie e la biosicurezza aziendale hanno bisogno di strumenti complementari. Negli ultimi anni i focolai hanno comportato costi elevati per le aziende e per il sistema pubblico, tra abbattimenti, indennizzi e perdite produttive. La vaccinazione è stata indicata come una possibile misura aggiuntiva per ridurre l’impatto della malattia, purché sia sostenibile per gli allevatori e non sostituisca gli standard di biosicurezza già applicati.
Il piano pilota
Il piano, operativo dal 5 maggio, è stato adottato dal Ministero della Salute con le Regioni Veneto e Lombardia e il supporto scientifico dell’IZSVe. Coinvolge cinque allevamenti: tre di tacchini da carne in provincia di Verona e due di galline ovaiole in provincia di Mantova.
Il progetto serve a verificare sul campo gli aspetti operativi della vaccinazione, dalla registrazione degli interventi alla tracciabilità degli animali e dei prodotti, fino al funzionamento della sorveglianza sanitaria. Non si tratta di sperimentare nuovi vaccini: quelli utilizzati sono già autorizzati nell’Unione europea.
Il vaccino vettorizzato sull’herpesvirus del tacchino (HVT) viene somministrato al primo giorno di vita; segue un richiamo con vaccino inattivato. Lo schema è compatibile con la strategia DIVA, che permette di distinguere, mediante test diagnostici specifici, gli animali infetti da quelli soltanto vaccinati e di individuare un’eventuale circolazione virale anche nei gruppi sottoposti a vaccinazione.
La sorveglianza prevista dal Regolamento delegato (UE) 2023/361, con controlli clinici e campionamenti almeno mensili, impegna i servizi veterinari pubblici, mentre le aziende avicole sostengono i costi dei vaccini e delle operazioni di vaccinazione, comprese la somministrazione.
Vaccinazione ed export
Secondo gli standard dell’Organizzazione mondiale per la salute animale (WOAH), la vaccinazione non comporta di per sé la perdita dello status di Paese o zona indenne, se la sorveglianza dimostra l’assenza di infezione. Gli effetti sugli scambi restano però legati agli accordi bilaterali con i singoli Paesi importatori. Per questo, nel piano pilota, i prodotti degli allevamenti coinvolti possono essere venduti solo sul mercato nazionale: un vincolo legato alla certificazione per l’export, non alla sicurezza degli alimenti.
Le scelte degli altri Paesi restano diverse. La Francia vaccina obbligatoriamente le anatre dal 2023. I Paesi Bassi, dopo un progetto pilota sulle ovaiole avviato nel 2025, lavorano a un piano di vaccinazione obbligatoria per questa categoria. Il Regno Unito ha avviato a marzo una sperimentazione sui tacchini, specie per la quale anche la Danimarca valuta la vaccinazione. Negli Stati Uniti proseguono la ricerca e la valutazione di vaccini per il pollame, senza che ne sia stato autorizzato l’impiego generalizzato negli allevamenti commerciali.
Il nodo dell’informazione
Per Confagricoltura la sfida principale riguarda ora l’informazione al pubblico. Le notizie distorte circolate online hanno alimentato timori ingiustificati tra i consumatori e rischiano di condizionare le scelte future del comparto. Nei mesi scorsi, per esempio, sui social è circolata la notizia, infondata, che gli animali del piano pilota fossero vaccinati con prodotti a mRNA.
Il senatore Luca De Carlo, presidente della 9ª Commissione del Senato, ha ricordato il sostegno europeo alla sperimentazione e la necessità di spiegare con trasparenza ai consumatori che cosa sono i vaccini impiegati e perché sono sicuri. Per De Carlo tutelare il settore significa difendere un’eccellenza nazionale: ha sottolineato che le carni avicole, pollo e tacchino, rappresentano l’unico comparto zootecnico italiano interamente autosufficiente.
Le conclusioni sono state affidate a Simone Menesello, presidente della Federazione nazionale di prodotto avicola di Confagricoltura, che ha sottolineato la complessità di una sfida insieme sanitaria, economica e commerciale. Menesello ha chiesto di far convergere allevatori, filiera, istituzioni e grande distribuzione su un percorso condiviso e ha confermato l’impegno a portare le istanze emerse all’attenzione dei ministeri competenti.
Fonte: Confagricoltura Veneto, «Aviaria, una sfida strutturale», 16 ottobre 2026. Le informazioni sul piano pilota e sugli altri Paesi sono integrate con la documentazione del Ministero della Salute e dell’IZSVe e con fonti istituzionali internazionali.
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