Produzione di uova, il difficile equilibrio tra benessere e impatto ambientale

Un’analisi della produzione britannica stima un aumento delle emissioni e dell’uso del suolo negli scenari con una maggiore presenza di sistemi non in gabbia. Il confronto evidenzia i rapporti tra efficienza produttiva, mortalità e impatto ambientale, ma utilizza in parte dati raccolti oltre quindici anni fa e considera solo alcuni aspetti del benessere delle ovaiole.

Migliorare le condizioni di allevamento delle ovaiole non significa necessariamente ridurre anche l’impatto ambientale della produzione. È quanto emerge da uno studio pubblicato online il 29 luglio 2026 su Royal Society Open Science, dedicato alle politiche britanniche per l’abbandono delle gabbie.

Gli autori hanno confrontato le gabbie arricchite con i sistemi a terra, all’aperto convenzionale e biologico all’aperto. Come termine di confronto sono state considerate anche le gabbie convenzionali in batteria, vietate nell’Unione europea dal 2012. Gli indicatori ambientali esaminati comprendono il potenziale di riscaldamento globale, il potenziale di acidificazione e di eutrofizzazione e l’occupazione del suolo.

I sistemi non in gabbia offrono maggiori possibilità di movimento e di espressione dei comportamenti naturali; a parità di produzione complessiva, una minore efficienza può però richiedere più mangime e un numero maggiore di animali, aumentando l’impatto calcolato per chilogrammo di uova. È un risultato da leggere con cautela.

Il peso dell’efficienza produttiva

L’analisi è stata realizzata con la metodologia Life Cycle Assessment, considerando le fasi fino all’uscita delle uova dall’azienda. Il modello comprende mangimi, prestazioni delle ovaiole, consumi energetici e gestione delle deiezioni. L’incubazione è stata esclusa per mancanza di dati; i confini dell’analisi non comprendono inoltre le successive fasi di lavorazione e distribuzione.

L’unità di riferimento è un chilogrammo di uova. Il potenziale di riscaldamento globale varia da 1,80 kg di CO₂ equivalente nelle gabbie arricchite a 3,52 kg nel biologico all’aperto. Il valore stimato per l’allevamento all’aperto convenzionale è 2,21 kg, mentre il sistema a terra raggiunge 2,81 kg.

Nel modello dello studio, il biologico all’aperto presenta anche i valori più elevati di eutrofizzazione e occupazione del suolo. Quest’ultima passa da 2,47 m²/anno per chilogrammo di uova nelle gabbie arricchite a 5,70 nel biologico. Gran parte della differenza deriva dai terreni necessari per produrre gli alimenti. Il maggiore potenziale di acidificazione, 63,40 g di SO₂ equivalente per chilogrammo di uova, è stato attribuito al sistema a terra. Incidono soprattutto le emissioni di ammoniaca e l’energia impiegata. In tutti i sistemi il mangime è la componente principale del potenziale di riscaldamento globale. Le differenze dipendono dall’alimento richiesto per la stessa produzione e, nel biologico, dal maggiore fabbisogno di terreno.

Otto scenari per il Regno Unito

I ricercatori hanno costruito otto scenari nazionali a produzione costante. Quello di riferimento, definito business as usual, riproduce la situazione britannica del 2022: 26% in gabbie arricchite, 7% a terra, 63% all’aperto convenzionale e 4% biologico. Sono state poi simulate la sostituzione delle gabbie con sistemi a terra o all’aperto e l’adozione di ciascun sistema.

Nello scenario di riferimento, le emissioni annuali sono stimate in 1,439 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Il trasferimento della quota prodotta in gabbia verso l’allevamento all’aperto le porterebbe a 1,523 milioni di tonnellate, con un aumento del 5,84%. Se la stessa quota fosse trasferita al sistema a terra, raggiungerebbero 1,634 milioni di tonnellate, il 13,55% in più.

Nel modello, una produzione interamente basata sulle gabbie arricchite genererebbe 1,184 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, il 17,72% in meno rispetto allo scenario di riferimento. Una produzione biologica all’aperto arriverebbe a 2,316 milioni di tonnellate, con un incremento del 60,95%.

Si tratta di stime ottenute con un modello deterministico, non di misurazioni in allevamento. Il lavoro non valuta la significatività statistica delle differenze né quantifica l’incertezza dei parametri. I risultati valgono per le condizioni ipotizzate dagli autori, a produzione costante.

Numero di ovaiole e mortalità

La diversa efficienza incide anche sul numero di animali necessario. Lo scenario britannico del 2022 considera 40,44 milioni di ovaiole. Una produzione interamente basata sulle gabbie arricchite coinvolgerebbe 37,66 milioni di animali: 36,72 milioni arriverebbero alla fine del ciclo, mentre 0,94 milioni morirebbero durante l’allevamento. Nel sistema interamente biologico il nmumero di ovaiole salirebbe a 43,11 milioni.

Per rappresentare alcuni aspetti del benessere, lo studio considera tre indicatori: numero totale di ovaiole coinvolte, mortalità e animali avviati alla macellazione a fine ciclo. Secondo i parametri adottati nel modello, i tassi di mortalità variano dal 2,5% nelle gabbie arricchite al 6% nei sistemi a terra, al 7% nell’allevamento all’aperto convenzionale e all’8% nel biologico all’aperto.

Questi parametri non descrivono l’intera esperienza di vita dell’ovaiola. Restano fuori libertà di movimento, possibilità di scelta, accesso all’esterno, stato sanitario ed espressione dei comportamenti propri della specie. Il confronto non dimostra quindi una superiorità delle gabbie sul piano del benessere. I vantaggi comportamentali dei sistemi non in gabbia possono accompagnarsi ad altre criticità, tra cui una mortalità più elevata.

Dati storici e limiti del confronto

Una parte rilevante dei dati sulle prestazioni produttive e sulla mortalità proviene da due studi britannici pubblicati nel 2012 e nel 2014, costruiti principalmente su informazioni raccolte nel 2009-2010. Per il calcolo degli impatti ambientali sono state impiegate anche metodologie e banche dati più recenti, ma alcuni parametri di base potrebbero non rappresentare gli allevamenti attuali.

Ilias Kyriazakis, professore alla Queen’s University Belfast, osserva che i dati utilizzati per le prestazioni produttive e la mortalità sono ormai datati e che il settore ha migliorato prestazioni e gestione, soprattutto nei sistemi alternativi alle gabbie. Vecchi fattori relativi alle deiezioni potrebbero inoltre avere sovrastimato acidificazione ed eutrofizzazione.

Christine Nicol, docente al Royal Veterinary College, ritiene che i tassi di mortalità non riflettano necessariamente la situazione attuale. L’esperienza degli allevatori ha ridotto la mortalità nei sistemi non in gabbia; nei moderni allevamenti indoor i risultati possono essere comparabili a quelli delle gabbie, mentre all’aperto e nel biologico la variabilità rimane maggiore.

Laura Cardenas, ricercatrice di Rothamsted Research, ha osservato che lo studio non spiega nel dettaglio quali sostanze siano comprese nel calcolo di acidificazione ed eutrofizzazione, che riguardano rispettivamente solo lo zolfo e solo il fosforo.

Adrian Williams, della Cranfield University, ha aggiunto che l’analisi non considera biodiversità, tossicità e risorse non rinnovabili, aspetti che potrebbero modificare la valutazione del biologico senza necessariamente eliminare le differenze nelle emissioni e nell’uso del suolo.

L’impatto ambientale è esaminato attraverso più indicatori; il benessere è rappresentato da tre parametri indiretti e non comprende una valutazione altrettanto ampia della qualità della vita. I costi ambientali stimati non sono quindi direttamente confrontabili con i benefici comportamentali dei sistemi non in gabbia.

Ridurre l’impatto nei sistemi non in gabbia

Lo studio evidenzia un problema concreto: la sostituzione delle gabbie, se accompagnata da minore efficienza alimentare, produttività più bassa o maggiore mortalità, può aumentare le risorse necessarie per produrre la stessa quantità di uova.

I risultati suggeriscono che miglioramenti nell’efficienza alimentare, nelle prestazioni produttive, nella mortalità e nella gestione delle deiezioni potrebbero ridurre l’impatto dei sistemi non in gabbia, preservandone i vantaggi comportamentali.

Il confronto riguarda il Regno Unito e le condizioni previste dal modello, non ogni allevamento biologico, all’aperto o in gabbia. Lo studio mostra che benessere animale e sostenibilità ambientale non sono obiettivi automaticamente coincidenti. Emissioni, uso del suolo, salute, mortalità e comportamento animale devono essere valutati insieme nelle decisioni sul futuro del settore.

Fonte: Martinic O., Magrin L., Caldart V., Harrison R., Hegwood M., Gottardo F., Bartlett H., “The environmental cost of welfare-driven policy changes in UK egg production”, Royal Society Open Science, 13(7): rsos251830, 2026.

DOI: 10.1098/rsos.251830.