
Nel 2025 la domanda interna di uova è aumentata di circa il 6%, la produzione dello 0,4%, e la differenza è stata coperta dalle importazioni. Sull’offerta pesano l’influenza aviaria e i tempi lunghi necessari per ampliare o riconvertire gli allevamenti.
Abbiamo già presentato i dati del bilancio ISMEA in un articolo del 21 settembre. Nel 2025 la produzione italiana è stata di 789.500 tonnellate, l’utilizzazione interna di 855.800. Le importazioni di uova in guscio sono passate da 48.000 a 87.600 tonnellate (+82,6%) e il tasso di autoapprovvigionamento è sceso al 92%. Nel primo semestre 2026 gli acquisti domestici sono cresciuti ancora, del 7,9% in volume (elaborazioni ISMEA su dati NielsenIQ).
Il numero medio di galline ovaiole in deposizione, circa 43,4 milioni nel 2025, è aumentato solo dello 0,8% rispetto all’anno precedente (dati dell’Anagrafe zootecnica elaborati da ISMEA). Quanta capacità resti inutilizzata negli allevamenti esistenti, le statistiche ISMEA non lo indicano.
I focolai di aviaria
Nel rapporto Tendenze Avicoli di maggio 2026, ISMEA collega l’aumento delle importazioni a una domanda costantemente superiore all’offerta e ai cali produttivi causati dai focolai di influenza aviaria. Negli ultimi anni il virus ha colpito soprattutto le aree del Nord a più alta densità di allevamenti. In una lettera inviata a marzo alla testata Il Fatto Alimentare, Assoavi indicava in ben oltre 1,2 milioni i capi abbattuti nei focolai più recenti e in 8-10 mesi il tempo necessario perché un allevamento colpito torni operativo.
Autorizzazioni e cage free
«Si può aumentare la produzione nello stesso allevamento finché si può», spiegava Gian Luca Bagnara, presidente di Assoavi, in un articolo pubblicato da Linkiesta nell’aprile 2025, ma «per creare un nuovo allevamento serve tempo e una lunga lista di autorizzazioni». Tra queste c’è l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), obbligatoria per gli impianti con più di 40.000 posti pollame; oltre i 60.000 posti per galline serve anche la valutazione di impatto ambientale (VIA).
Parte degli investimenti degli ultimi anni, poi, è andata alla riconversione dalle gabbie arricchite ai sistemi alternativi. Secondo Bagnara, nei siti interessati i lavori hanno richiesto fermi produttivi anche di sei mesi-un anno. Nella stessa lettera, Assoavi sottolineava inoltre che la transizione al cage free riduce la capacità produttiva: le norme europee prevedono nei sistemi alternativi densità più basse che nelle gabbie arricchite.
Prezzi alti, costi stabili
Per i produttori il 2025 è stato comunque un anno favorevole. Secondo ISMEA, i prezzi medi all’origine sono aumentati del 13% rispetto al 2024, mentre i costi di produzione sono rimasti in linea con l’anno precedente e inferiori a quelli del 2023. Anche per il calo dei prezzi delle materie prime per mangimi, la ragione di scambio è in netto miglioramento. Nel primo semestre 2026 le quotazioni delle uova M da allevamento a terra sono rimaste sopra i 20 euro per 100 pezzi, con un massimo di 20,88.
Le condizioni per investire sono quindi migliori, ma per vedere nuova capacità produttiva serviranno autorizzazioni, cantieri e accasamenti.
Fonti: ISMEA, Scheda settore – Filiera avicola, luglio 2026; ISMEA, Tendenze Avicoli n. 1/2026, maggio 2026 (sezione Uova); Lidia Baratta, «La frittata è fatta», Linkiesta, 18 aprile 2025; Il Fatto Alimentare, 27 marzo 2026 (lettera di Assoavi); D.Lgs. 152/2006; Direttiva 1999/74/CE.





