
Un articolo precedente ha analizzato il ruolo dei Paesi del G191 nell’industria mondiale della carne (Windhorst, 2026). Da tale analisi è emerso il ruolo significativo di questo gruppo di Paesi, che rappresentavano circa il 70% del volume di produzione dei quattro principali tipi di carne. All’interno del gruppo, i Paesi più popolosi dominavano la scena, con Cina, Stati Uniti, Brasile, India e Russia in posizioni di vertice. Due articoli successivi esamineranno se una situazione simile si è verificata anche nel commercio dei tipi di carne analizzati in questa sede. Il presente articolo si concentra sul ruolo del G19 nelle esportazioni mondiali di carne.
Esportazioni cresciute più rapidamente della produzione
Un confronto tra l’evoluzione a lungo termine della produzione mondiale di carne e delle relative esportazioni mostra che il volume del commercio è aumentato più rapidamente rispetto al volume della produzione. Tra il 2010 e il 2024, la produzione globale è cresciuta del 28,4%, mentre il commercio di carne è aumentato del 36,5%. L’andamento è stato ancora più dinamico nei Paesi del G19: in questo gruppo, la produzione è aumentata del 34,3%, ma le esportazioni sono cresciute del 61,3%. Ciò ha avuto un impatto significativo sulla quota del G19 nella produzione e nelle esportazioni mondiali. La quota di produzione del G19 è passata dal 72,3% al 75,7% nel periodo considerato, mentre la sua quota nel commercio mondiale di carne è aumentata dal 51,4% al 60,7%.
Dalla Figura 1 emerge che le esportazioni di carne hanno registrato un forte incremento dopo il 2010, in particolare la carne avicola. L’aumento della produzione suinicola si è invece interrotto a partire dal 2020, a causa delle gravi epidemie di peste suina africana verificatesi in Asia e nell’Europa orientale.

Elaborazione grafica: A. S. Kauer su dati FAO.
Un’analisi comparativa dell’andamento per tipo di carne a partire dal 2010 (Tabella 1) mostra che, a livello mondiale, la carne avicola ha registrato l’aumento assoluto più elevato sia in termini di produzione sia di esportazioni. Tuttavia, l’incremento relativo è stato più marcato per le esportazioni di carne bovina, ovina e caprina, pur tenendo conto dei valori di partenza significativamente inferiori. Lo stesso schema si ripete nel gruppo dei Paesi G19, dove anche il volume di produzione della carne avicola è cresciuto molto più rapidamente rispetto agli altri tre tipi di carne.

Il volume elevato delle esportazioni di carne suina può apparire sorprendente alla prima analisi. In realtà, il crollo produttivo in Cina in seguito alle gravi epidemie di peste suina africana e il conseguente aumento delle importazioni hanno determinato per diversi anni un forte incremento del commercio di carne suina. Questo aspetto verrà analizzato in modo più approfondito nel prossimo articolo, dedicato all’andamento delle importazioni. La carenza di carne suina nei Paesi colpiti dalla malattia ha influenzato anche il commercio di carne bovina, spiegando gli aumenti assoluti e relativi osservati in quel comparto.
È interessante notare che, nonostante il forte incremento assoluto nella produzione di carne avicola tra i Paesi G19 (che rappresentavano quasi il 94% dell’aumento globale), la crescita relativa delle esportazioni è stata nettamente inferiore rispetto ai valori assoluti e relativi mondiali. Occorre considerare che l’aumento della produzione si è concentrato soprattutto in alcuni Paesi asiatici, dove la domanda è cresciuta rapidamente grazie al maggiore reddito disponibile e la produzione è stata destinata principalmente al consumo interno. Le esportazioni, dominate da Brasile e Stati Uniti, che nel 2024 rappresentavano oltre il 40% del commercio mondiale di carne avicola, non sono invece aumentate con la stessa intensità nei rispettivi mercati, come avvenuto in alcuni Paesi emergenti e in via di sviluppo al di fuori del G19.
Differenze significative tra produzione ed esportazioni fra i Paesi
Un confronto tra le classifiche dei Paesi in base alla produzione e alle esportazioni di carne mostra sia alcune somiglianze, sia alcune differenze significative a seconda del tipo di carne. Nel caso della carne avicola (Figura 2), la concentrazione regionale delle esportazioni risulta notevolmente più elevata rispetto alla produzione. Brasile e Stati Uniti insieme rappresentavano oltre i due terzi del totale delle esportazioni del gruppo, ma solo il 31,5% della produzione. La Cina, che nel 2024 deteneva quasi un quarto della produzione mondiale, risultava notevolmente distanziata dagli altri due Paesi, con una quota inferiore al 10%. La produzione cinese era infatti orientata principalmente alla soddisfazione del mercato interno. La marcata diminuzione della produzione di carne suina dovuta alla peste suina africana ha spinto i consumatori a preferire la carne di pollo, più economica, rispetto a quella bovina. La Germania, pur non figurando tra i dieci principali produttori G19, si è comunque posizionata al quarto posto tra gli esportatori.
Un’analisi dettagliata dell’evoluzione delle esportazioni di carne avicola dai quattro principali Paesi tra il 2010 e il 2024 evidenzia differenze rilevanti. Complessivamente, le esportazioni dai Paesi G19 sono aumentate di 2,25 milioni di tonnellate. Di queste, il Brasile ha contribuito con 1,22 milioni di tonnellate (pari al 54,2%) e la Cina con 568.000 tonnellate (25,2%). Gli Stati Uniti, invece, hanno registrato una diminuzione di 200.000 tonnellate (-5,4%) nonostante un incremento significativo della produzione. Il maggiore consumo pro capite di carne di pollo e i ricorrenti focolai di influenza aviaria dal 2015, che hanno causato perdite consistenti (Windhorst, 2025), sono stati i principali fattori determinanti.
Il volume delle esportazioni di carne suina dai Paesi G19 è aumentato di 3,64 milioni di tonnellate tra il 2010 e il 2024 (Figura 2). Gli Stati Uniti hanno registrato l’aumento assoluto più elevato, pari a 1,1 milioni di tonnellate (+62,0%), mentre la crescita relativa più marcata è stata osservata in Brasile (+143,7%) grazie a un’espansione delle esportazioni di 900.000 tonnellate. Il Canada ha mostrato un incremento notevole di 297.000 tonnellate (+28,9%). Insieme, questi tre Paesi hanno rappresentato il 63,6% dell’aumento totale delle esportazioni del G19. In Germania, che nel 2024 occupava ancora il terzo posto tra i principali esportatori, le esportazioni sono diminuite di 528.000 tonnellate (-25,0%) dal 2020. Tale calo è stato dovuto, da un lato, alla riduzione del consumo pro capite (con la carne suina che ha perso terreno a favore di quella avicola), dall’altro, ai focolai di peste suina africana nei cinghiali selvatici. Questi eventi hanno indotto alcuni importanti Paesi importatori a ridurre drasticamente o addirittura sospendere completamente le importazioni. Inoltre, la diminuzione della redditività ha spinto numerosi allevatori ad abbandonare l’ingrasso dei suini. La situazione ancora incerta riguardo ai sistemi di stabulazione idonei a ricevere sostegni pubblici ha ulteriormente scoraggiato gli investimenti nel settore. In Francia, le esportazioni di carne suina sono diminuite di 88.000 tonnellate nel periodo analizzato, portando il Paese al settimo posto tra gli esportatori G19.
La crescita delle esportazioni è stata particolarmente dinamica nei quattro principali Paesi esportatori di carne bovina, come si può osservare nei grafici della Figura 2. Le esportazioni dei Paesi G19 sono aumentate complessivamente di 5,02 milioni di tonnellate tra il 2010 e il 2024, triplicando i volumi iniziali. Il Brasile ha registrato l’aumento assoluto maggiore, pari a 2,15 milioni di tonnellate (+144,5%), seguito dall’Argentina con 717.000 tonnellate. Quest’ultima ha mostrato la crescita relativa più elevata tra i quattro Paesi (+217,6%). L’Australia ha aumentato le esportazioni di 635.000 tonnellate (+45,8%), mentre gli Stati Uniti hanno fatto segnare un incremento di 274.000 tonnellate, pari a una crescita relativa di appena +22,5%.

Il confronto tra le quote di incremento dei quattro Paesi sulle esportazioni complessive di carne bovina del G19 mostra che il Brasile ha contribuito con la quota maggiore (42,7%), seguito dall’Australia (18,6%) e dall’Argentina (14,3%). Gli Stati Uniti, con il 4,9%, si sono collocati nettamente dietro gli altri tre. Nel complesso, questi quattro Paesi rappresentavano il 74,5% dell’aumento totale.
Considerando la dinamica complessiva dei tre principali tipi di carne, risulta evidente che Brasile, Australia e Argentina sono stati i principali vincitori nel commercio di carne all’interno del G19. Gli Stati Uniti hanno perso quote di mercato in tutti e tre i comparti (avicolo, suinicolo e bovino), mentre la Germania ha perso terreno soprattutto nella carne suina. La Cina, invece, ha iniziato ad ampliare la propria posizione nel mercato delle esportazioni di carne avicola. Il Brasile si conferma tra i principali candidati a dominare il commercio mondiale di carne, non solo all’interno del G19, ma anche a livello globale (Windhorst, 2025a).
Sintesi: maggiore concentrazione nelle esportazioni rispetto alla produzione
L’analisi svolta sul ruolo del G19 nel commercio mondiale di carne ha affrontato la questione se i Paesi che dominano la produzione esercitino un ruolo analogo anche nelle esportazioni.
La Figura 3 mostra la quota dei primi 10 Paesi esportatori sul totale delle esportazioni per ciascuno dei quattro tipi di carne considerati. Risulta evidente una forte concentrazione in pochi Paesi per tutti i tipi di carne, ma con differenze significative. Tale concentrazione è molto elevata per la carne ovina e caprina nonché per quella avicola, mentre risulta più bassa per la carne suina e per quella bovina. Per rispondere alla domanda iniziale, la Tabella 2 confronta i primi cinque Paesi per produzione con quelli per esportazioni.


Uno sguardo superficiale ai dati rivela che, per tutti e quattro i tipi di carne, la quota complessiva dei cinque Paesi nelle esportazioni è decisamente superiore alla loro quota nella produzione. A eccezione della carne avicola, sono state raggiunte quote prossime al 90% o addirittura superiori. Un’analisi più approfondita, tuttavia, evidenzia differenze rilevanti nella composizione e nella classifica dei Paesi. Per la carne avicola, il Brasile rappresentava solo il 12,9% della produzione ma il 39,8% delle esportazioni. Per la Cina vale il contrario. È chiaro che il Brasile è fortemente orientato verso il mercato globale, mentre la Cina si concentra principalmente sulle esigenze interne. Lo stesso vale per Russia e India.
Nel settore della carne suina, la Cina occupa una posizione dominante nella produzione, ma non riveste alcun ruolo significativo nelle esportazioni; anche la Russia produce quasi esclusivamente per il proprio consumo interno. Stati Uniti, Canada e Germania sono invece orientati in misura più marcata verso il mercato globale, sebbene, come già evidenziato, la Germania abbia perso una quota consistente di mercato negli ultimi anni.
Per la carne bovina, il Brasile rappresenta oltre un terzo delle esportazioni, ma solo il 21,1% della produzione. Anche in questo caso è evidente l’orientamento verso il mercato internazionale, così come in Argentina e in Australia.
La relazione tra produzione ed esportazioni negli Stati Uniti richiede una spiegazione. L’analisi delle importazioni, che verrà presentata nel terzo articolo della serie, mostrerà che, nonostante il volume elevato di produzione, gli Stati Uniti importano una quantità considerevole di carne bovina di alta qualità, esportando al contempo tagli di valore inferiore.
Cina e India, che insieme producono quasi i tre quarti della carne ovina e caprina del G19, non svolgono un ruolo significativo nelle esportazioni, poiché questi due tipi di carne sono quasi esclusivamente destinati al consumo interno.
Nel complesso, va osservato che sebbene i Paesi più popolosi rivestano un ruolo importante anche nelle esportazioni di carne, non risultano altrettanto dominanti, e Paesi con una popolazione più ridotta, come Canada, Australia, Arabia Saudita e Sudafrica, sono comunque riusciti a inserirsi tra i primi classificati. L’importanza dei cinque principali Paesi per ciascun tipo di carne, non solo all’interno del G19 ma anche nel commercio mondiale nel suo complesso, emerge dal fatto che essi rappresentano oltre il 50% della carne destinata al mercato mondiale.
Fonte dei dati e letteratura supplementare
Food and Agriculture Organization of the United Nations. (n.d.). FAOSTAT. https://www.fao.org/faostat
Windhorst, H.-W. (2025a). Der Seuchenzug im Winter 2024/2025. Vierte AI-Epidemie in den USA innerhalb des zurückliegenden Jahrzehnts. Fleischwirtschaft, 105(9), 33-36.
Windhorst, H.-W. (2025b). Fourth AI epidemic in the USA in the past decade – The epidemic in winter 2024/25. Zootecnica Poultry magazine, 1(7/8), 22-27.
Windhorst, H.-W. (2025c). The dynamics of global meat trade. Part 1: Exports. Meatingpoint, (63), 34-37.
Windhorst, H.-W. (2026). Die Rolle der Gruppe der G20 in der Weltfleischerzeugung und im Weltfleischhandel. Teil 1: Weltfleischerzeugung. Fleischwirtschaft, 106.
Windhorst, H.-W. (2026). The role of the G20 group in global meat production and trade – Part 1: meat production. Zootecnica Poultry magazine, 2 (4), 28-33.
1 Nell’analisi che segue vengono considerati solo i 19 Paesi membri. La popolazione e la produzione economica dell’UE (27) e dell’Unione Africana non sono incluse.
Vedi anche:





